"Dall’eccellenza in cantina

alla ricerca contro i tumori"

di Massimo Tedeschi

Per accostare la figura di Guido Berlucchi non c'è nulla di meglio che visitarne la residenza di Borgonato, la casa patrizia che fu dei conti Lana e in cui Berlucchi trascorse la vita.I bastoni da passeggio, i quadri antichi, il pianoforte, i pavimenti di cotto antico, la cucina in cui brillano i grandi paioli di rame, la camera da letto con il camino che lui amava vedere acceso, la biblioteca da cui lo sguardo s'allarga verso i vigneti della Franciacorta e, più su, verso il lago e una promessa di Valcamonica: questo era il suo mondo. I quadri e gli arredi, la veranda radiosa e la stanza con i soffitti a volta dicono di una ricchezza solida ma non esibita, di un gusto raffinato ma non snobistico. Parlano di un gentiluomo di campagna che ha legato il suo nome a una delle grandi “griffe” dell’enologia italiana, al riscatto di una terra e (più recentemente) a una fondazione che sostiene e incoraggia la ricerca scientifica e la battaglia contro il cancro.

Guido Berlucchi era nato a Brescia il 9 agosto del 1922. Il padre, medico pediatra, avvia il giovane Guido e le due sorelle agli studi superiori. Ma Guido non sente il richiamo della scienza. Avverte piuttosto quello della terra. Si dedica alla conduzione della tenuta agricola, che come tutta la Franciacorta veniva da un routine agronomica stanca e ripetitiva, da arcaici contratti di mezzadria, e la alterna con una più dinamica attività nel settore assicurativo assieme a Giorgio Lanciani, che abbraccerà il progetto di Guido unendosi a lui nell’impresa vitivinicola. 

Rendita e attività gli lasciano il tempo per coltivare le passioni che lo accomunano alla borghesia bresciana a cavallo della guerra: caccia, musica e automobili. Per nulla al mondo Guido Berlucchi avrebbe perso la passata delle allodole che attendeva pazientemente nell’uccellanda di famiglia, a Borgonato, trasformata da “larga” a rustico casino di caccia. Ma anche la caccia alle anatre, in laguna veneta, era appuntamento per lui irrinunciabile. Alla caccia abbinava una competente passione per le armi, che lo portò a formare negli anni una straordinaria armeria con autentici gioielli del mirino e dell’incisione. Poi c’era la passione per le auto sportive. Negli anni in cui accanto agli assi del volante, ai Fangio e ai Moss, la Mille Miglia apriva le porte anche a facoltosi appassionati delle quattro ruote, Berlucchi disputò oltre una dozzina di edizioni della “corsa più bella del mondo”, oltre a inanellare numerose partecipazioni alla Coppa delle Alpi. Col suo aplomb da gentleman inglese prediligeva le auto piccole e scattanti e arrivò a possedere una collezione di Mg d’epoca, gioielli meccanici d’oltre manica che lo costringevano alla ricerca di pezzi di ricambio in giro per il mondo. La terza grande passione di Berlucchi era la musica jazz, che praticava con discreto successo. Durante la seconda guerra mondiale, come tanti altri soldati dell’esercito regio, Berlucchi viene sorpreso dall’8 settembre nel Meridione, in quello che sarebbe diventato il 'Regno del Sud'. All’arrivo degli americani dà vita a un complessino jazz che accompagna la risalita delle colonne a stelle e strisce lungo la Penisola. Nel complesso c’è anche un cantante dal profilo inconfondibile, Nicola Arigliano, mentre Berlucchi suona il contrabbasso e il pianoforte. Con la tastiera si diletterà tutta la vita, ma a Borgonato rimangono celebri i suoi duetti con l’amico Arturo Benedetti Michelangeli. Un mix di classica, di jazz e di gogliardia che (avesse lasciato traccia in qualche registrazione sonora) sarebbe oggi una perla rara, un capitolo di storia della musica. Fra tante passioni da bon vivant di Guido Berlucchi un ruolo non banale spetta alla terra, la “sua” terra di Franciacorta, che egli segue con passione ma senza particolari competenze tecniche. Semmai con l’angustia di vedere languire una tenuta vasta ma arretrata. Mezzo secolo fa, vale la pena ricordarlo, l’agricoltura in Franciacorta viveva stentatamente, aggrappata a un po’ di mais e una produzione vitivinicola destinata all’autoconsumo delle famiglie contadine e a un modestissimo commercio locale di vino rosso sfuso, cui lo stesso Berlucchi si dedica. La tenuta di Berlucchi ha però la caratteristica originale di produrre anche del pinot, denominato “Pinot del Castello”, che tuttavia dà problemi di “stabilità” e di conservazione. Per questo Berlucchi, che non disdegna la frequentazione dei più schietti ambienti contadini, in una data imprecisata che si colloca a metà degli anni Cinquanta, trovandosi al mercato di Rovato, interpella un mediatore, baffetti alla Clark Gable, capelli impomatati e cappellaccio sulla tre quarti. Il mediatore, originario di Provaglio di Iseo, si chiama Alessandro Borghesi, ma per tutti è “Lisander”. Berlucchi vuol sapere da Lisander se non ci sia, su piazza, un enotecnico che possa risolvergli i problemi che gli procura una certa partita del Pinot del Castello.
Alessandro Borghesi, svelto e perspicace, non esita a indicargli un giovanotto che ha appena concluso i sei anni di studio alla scuola di enologia di Alba: è il figlio di Arturo Ziliani, un commerciante di vini che sta a Paratico e che ogni tanto acquista qualche damigiana di vino rosso da Berlucchi. Il ragazzo si chiama Franco, ha la testa piena di idee e progetti, e gli va stretta la prospettiva di ereditare semplicemente l’attività commerciale paterna, cosa che peraltro accadrà presto per la precoce scomparsa di Arturo Ziliani. L’incontro fra Guido Berlucchi e Franco Ziliani (gravido di futuro, non solo per loro ma per le sorti dell’intera Franciacorta) avviene al mercato di Rovato un lunedì mattina in un freddissimo inverno che la memoria dei protagonisti colloca fra il ’55 e il ’56. Alla prima, sommaria esposizione del problema da risolvere segue un secondo e più approfondito colloquio fra i due nella casa di Borgonato. Ed è lì, visitando i 15-20 ettari di vigneti e le spettacolari cantine seicentesche, controllando i vitigni e assaggiando la rustica produzione del Pinot del Castello (che allora non superava i 50 ettolitri), è lì che nella mente di Ziliani scatta qualcosa. Il fatto che il giovane enotecnico, mentre studiava ad Alba era stato letteralmente folgorato dall’incontro con lo Champagne: due bottiglie di Heidsieck Monopole, stappate per festeggiare il Natale, avevano eclissato nella sua testa e nel suo palato qualunque altro vino assaggiato fino ad allora, fossero i pallidi moscati astigiani o i velleitari vini mossi di altre lande italiane. Da allora Ziliani s’era messo in testa di non passare la sua vita a trattare vino plebeo, ma di fare qualcosa che potesse competere, o almeno evocare, il grande vino francese.
L’incontro con Berlucchi è decisivo. Ziliani intravede i luoghi fisici (vigneti e cantine), le risorse ambientale, la partneship imprenditoriale per tentare qualcosa di nuovo: la spumantizzazione di quel Pinot, la costruzione di una via italiana allo champegnois. Un’analisi scientifica dei terreni, estremamente difformi nel loro impasto di ghiaia e argilla, uno studio di laboratorio sulle caratteristiche di quel Pinot fatto in casa, figlio di un vitigno assai povero, avrebbero dissuaso qualunque velleità. Ma la chimica dell’avventura, in quelle fredde giornate degli anni Cinquanta, non prevede provette ed esami di laboratorio, ma intuizione e azzardo. La strada è intrapresa da Berlucchi, Ziliani e Lanciani con l’entusiasmo dei pionieri, con le difficoltà dei profitti. Nell’Italia vinicola di quegli anni manca tutto: macchine, materiali, persino i tappi. Inizia una stagione di esperimenti, di tentativi non sempre riusciti, fino a quando nel 1961 si arriva alla prima annata vera, a un prodotto finalmente considerato accettabile. L’unica bottiglia superstite di quelle poche migliaia è, oggi, una pietra miliare nella storia vinicola della Franciacorta. Sulla sua etichetta si legge il nome “Pinot di Franciacorta”. Ziliani e Berlucchi allora non lo immaginano, ma quell’etichetta con quel nome è destinata a segnare la storia di un pezzo della provincia di Brescia, lasciandolo nel firmamento dell’enologia italiana.Sotto la spinta propulsiva di Ziliani e con l’equilibrio e l’incoraggiamento di Berlucchi, l’impresa prende rapidamente corpo, viene fondata una società ad hoc e l’avventura dello spumante bresciano cresce pezzo dopo pezzo, in una lievitazione armonica ma comunque irresistibile.
Sulla collina del castello a Borgonato si piantano nuovi vigneti, si allargano le cantine, arrivano nuovi macchinari per trattare il vino e le bottiglie, viene creata dal nulla una vera e propria organizzazione delle

vendite. Il modello francese è imprescindibile e Berlucchi e Ziliani si sobbarcano decine di viaggi nella Champagne, per confrontare esperienze e “rubare” segreti a quei maestri di cantina d’Oltralpe che li guardano con simpatia e incredulità, considerandoli visionari se non velleitari. Berlucchi, che nasce astemio, comincia ad apprezzare i vini, diviene competente: lo aiuta la memoria gustativa, la capacità di distinguere i sapori e i retrogusti di un vino rispetto a quello dell'annata precedente, lo sostiene la passione per la sua terra e i suoi prodotti. Il rito dell’assaggio dei vini nuovi, che si celebra nella prima metà di novembre, per lui diventa appuntamento immancabile.

Fra Ziliani e Berlucchi, personaggi così diversi per storia e temperamento, si stabilisce un equilibrio che ha del miracoloso: Ziliani è l’uomo dell’innovazione, del lavorìo continuo, della competenza tecnica e dei progetti. Berlucchi è l’uomo del consiglio e dell’incoraggiamento, dell’equilibrio e delle relazioni pubbliche, dei viaggi e delle incursioni sui mercati esteri. A Borgonato cominciano a sfilare celebrità dello star system: attrici, cantanti, politici. Lui incontra e intrattiene tutti, con affabilità signorile. Le decisioni che contano in azienda vengono prese, spesso, durante le colazioni di lavoro di Berlucchi e Ziliani nella vita di Borgonato. Il momento più difficile è nel ’76. Non basta una rapida conversazione a tavola: ci vogliono quattro giorni di valutazioni, discussioni, approfondimenti.

Quattro giorni al termine dei quali alla Berlucchi viene presa una decisione storica: uscire dalla Denominazione d’origine controllata, che obbliga a utilizzare solo le uve di un determinato territorio, ovvero della Franciacorta. E’ una scelta dolorosa ma decisiva, che fa compiere all’azienda il salto di qualità: utilizzando anche uve provenienti dal Trentino e dall’Oltrepò pavese la produzione cresce in maniera esponenziale. E’ così che si passa dal mezzo milione di bottiglie annuale ai 4 milioni e 700 mila bottiglie annuali. La crescita del marchio Berlucchi non è, naturalmente, indolore: lo accompagnano le gelosie immancabili in questi casi, che Berlucchi supera con nonchalance. Berlucchi e Ziliani non sono gelosi del loro mestiere, aprono l’azienda (come dicono spesso) agli “amici e ai nemici”. Sulla scorta della loro esperienza tutta la viticoltura della Franciacorta cambia volto: nascono nuove aziende, nuovi marchi. Cantine abbandonate tornano a riempirsi di bottiglie, appezzamenti incolti ospitano nuovi vigneti, ville decadenti vengono trasformate in relais di prestigio. Una vasta area della provincia di Brescia cambia immagine, status, destino.
Berlucchi guarda con orgoglio al fatto che il nome di famiglia si trasformi in una griffe della nuova enologia italiana, ma segue con interesse e favore anche la crescita di tante altre piccole realtà attorno alla Berlucchi: intuisce, in anticipo sui tempi, che nella sfida globale dell’enologia non basta un singolo marchio, ma interi territori devono sapersi muovere e crescere assieme.
E’ quel che accade alla Franciacorta sull’onda di quel primo, fortuito incontro fra Berlucchi e Ziliani a metà degli anni cinquanta. Mentre l’azienda che porta il suo nome si espande progressivamente e vede l’ingresso di nuove leve (i figli di Franco Ziliani) la sorte fissa un appuntamento che non dà scampo nel calendario della vita di Guido Berlucchi. Lui che aveva perso nel 1966 la giovane moglie Anna Maria Viotti, strappatagli da una malattia scopre, sotto le cure del professor Ermanno Ancona di Padova, di essere minato dal cancro. E’ negli anni di questa battaglia che Berlucchi concepisce l’idea di dar vita a una Fondazione che metta a disposizione della ricerca medica nuove risorse. Le primissime derivano dalla vendita del palazzo avito alla Guido Berlucchi & C. Spa, che si impegna a ospitarvi anche la sede di rappresentanza della Fondazione. Ma il vero patrimonio della Fondazione Guido Berlucchi onlus è rappresentato dal quel 31% del capitale Spa di Borgonato che Berlucchi trasmette alla Fondazione che porta il suo nome. Sono gli utili di quella quota ad alimentare i consistenti premi e finanziamenti che ogni anno vengono elargiti a progetti di ricerca e a giovani ricercatori. L’approvazione dell’atto costitutivo della Fondazione da parte della Regione Lombardia porta la data del 14 ottobre 2000: è il giorno della morte di Guido Berlucchi. A quell’epoca, però, il fondatore ha già stabilito tutto. Ha indicato anzitutto i membri del primo consiglio d’amministrazione: sono gli amici Francesco Carpani Glisenti (che gli subentra alla presidenza), Giovanni Cavalleri, Ernesto Ferrettini, e i medici Sandro Paterlini e Tommaso Beretta.
Sono loro ad indicare il comitato scientifico, presieduto dal professor Ermanno Ancona e formato da esponenti delle Università mediche e Centri di Ricerca di Padova, Genova, Brescia, Poliambulanza e San Raffaele di Milano. Lo statuto (prudente e ottimista al tempo stesso) contempla anche la possibilità che il cancro venga battuto nei prossimi anni, e assegna nuovi ed ulteriori impegni alla Fondazione.Berlucchi non riesce a vedere i primi passi e gli sviluppi della sua nuova creatura: il Consiglio d’Amministrazione si apre in seguito anche a Ermanno Ancona, Giambattista Bruni Conter, Pia Belli Ferrettini, Enrico Gialdini Porro Savoldi, Giuseppe Onofri, Augusto Preti, Franco Ziliani; vengono assegnati premi e finanziamenti, ogni anno privilegiando filoni di ricerca specifici; arrivano i premi alla carriera a Mandelli, Veronesi, don Verzè; decine di giovani ricercatori si mettono in evidenza, a migliaia contattano il sito internet e diffondono i bandi della Fondazione. Il nome Berlucchi, dall’eccellenza dell’enologia, estende la sua eco nel campo della scienza, della filantropia, dell’impegno civile.Guido Berlucchi, dicevamo, non fa in tempo a vedere tutto questo. Le spoglie oggi riposano nel piccolo cimitero di Borgonato, accanto a quelle dell’amata moglie. Sulla tomba solo il nome e due date: 9 agosto 1922, 14 ottobre 2000. Tutto attorno una grande pace: un filare di cipressi, i vigneti che l’autunno incendia di colori, il passo delle allodole, in lontananza uno scorcio del castello di Borgonato.
Sono le cose che Guido Berlucchi amava. Sono i luoghi della sua vita. 

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